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I'm a cyborg but that's ok Regista: Park Chan-wook Possono veramente aspettative sbagliate influenzare il giudizio di chi si appresta a vedere un film?! Le prime critiche piovute addosso a I’m a cyborg but that’s ok sembrano portare verso una risposta positiva alla domanda di cui sopra. Dopo qualche giorno dalla presentazione del film alla 57esima edizione del Festival del Cinema di Berlino, dove ricordiamolo Saibogujiman kwenchana ha conquistato il Premio Alfred Bauer, la rete si è riempita dei primi tiepidi commenti dai quali si levavano accuse di buonismo e di perdita di quel cinismo, pessimismo e cattiveria che avevano contraddistinto la tanto blasonata trilogia della vendetta. Come se Park Chan-Wook fosse solo quello. Come se ironia, amicizia, umorismo nero, amore e provocazione non facessero parte del bagaglio filmico del regista, come se Joint Security Area, Judgment, N.e.p.a.l., solo per citarne alcuni, non rappresentassero Park, o almeno non lo facessero quanto ‘le vendette’. E, per chi ha fatto questa operazione di selezione aprioristica, è arrivata, inevitabile e puntale, la (mezza) delusione. Ma Park Chan-Wook aveva dichiarato, fin dalle prime indiscrezioni su I’m a cyborg, di volersi togliere di dosso quell’etichetta di regista cattivo, quell’etichetta filmaker violento e cinico che la precedente trilogia gli aveva tatuato in modo quasi indebile. Park aveva dichiarato che avrebbe cambiato registro completamente, abbandonandosi a qualcosa di più leggero e, forse, frivolo. Cha Young-goon subisce il ricovero coatto in un manicomio dopo che continui e ripetuti problemi familiari l’hanno portata verso la pazzia più completa: la convinzione di essere un cyborg, un robot, è non è solamente causa di un bizzarro comportamento nei confronti del mondo esterno, ma anche di un più serio problema alimentare. Sicura di doversi ‘ricaricare’ con corrente e batterie Cha Young-goon persegue un ostinato rifiuto al cibo. Sarà l’affetto e la stravagante genialità di Park Il-sun, altro paziente del manicomio dove è rinchiusa la ragazza, a salvarle la vita. E vissero tutti felici e contenti. Insomma. Gli elementi della commedia ci sono tutti, i tempi, le situazioni, i siparietti comici e affettuosi anche, ma l’approccio è di chi si rifiuta di propinare la favoletta per adolescenti. Chi definisce semplicemente commediola di transizione questo Saibogujiman kwenchana non riesce, o forse non vuole, vedere oltre quella neanche tanto spessa coltre di sdolcinata leggerezza che riveste l’intero ospedale che fa da sfondo alla vicenda. Già il comparto di patologie dei protagonisti di I’m a cyborg but that’s ok! basterebbe ad elevarne la portata: quell’ironico mix di umorismo tagliente, nonsense più sfrenato e commedia-noir che contraddistingue le bizzarre ed originali figure che popolano il manicomio è immediato sintomo della voglia di travalicare i confini a cui ultimamente la commedia coreana ci ha abituato. E poi in mezzo a questo mare magnum di gag, situazioni surreali, dialoghi bizzarri e strampalati due sferzate dirette che riportano inevitabilmente al Park Chan-Wook più politico e provocatorio. L’attacco alla famiglia tradizionale attraverso le violenze psicologiche subite tra le mura di casa dai due protagonisti è solo il preludio ad una più mirata –It’s embarassing to have them force food up your nose in front of people- accusa contro gli anacronistici e freddi metodi della psichiatria tradizionale. Che gli si contrapponga. Con il suo rincorrersi di colori allo stesso tempo pungenti e ‘pastellati’ e con prevalenza per blu, verde e rosso, un montaggio pacato e tipico da commedia, inframezzato da alcune sequenze che non disdegnano un’improvvisa impennata di violenza, I’m a cyborg è prima un susseguirsi di soluzioni visive e registiche geniali poi una pellicola che soffre enormemente entro i confini leggeri che qualcuno sembra avergli attribuito da principio.
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