JSA Joint Security Area
<Gongdong gyeongbi guyeok JSA>
Regista: Park Chan-wook
Sceneggiatore: Jeong Seong-san, Kim Hyeon-seok, Lee Mu-yeong, Park Chan-wook, Park Sang-yeon
Colonna sonora: Bang Jun-seok, Jo Yeong-wook
Fotografia: Kim Sung-bok
Cast: Lee Yeong-ae, Lee Byung-hun, Song Kang-ho, Kim Tae-woo, Shin Ha-kyun, Gi Ju-bong, Christoph Hofrichter
Dopo la riunificazione dello Yemen e della Germania, la Corea rimane l’unico paese al mondo diviso in due: una ferita ancora dolorosa e apertamente sanguinante. La riunificazione, pur dibattuta e auspicata, è ancora di là da venire: e anche nella cinematografia contemporanea si alternano le rappresentazioni dei Nordcoreani come spietati terroristi infiltrati (si pensi a un blockbuster come Shiri di Kang Je-gyu) e il ragionamento sulla fratellanza al di là dei confini politici. Tema, quest’ultimo, dell’intenso Welcome to Dongmakgol di Park Kwang-hyun, che nel 2006, al Far East Film Festival di Udine, ha vinto il premio del pubblico: la storia di due gruppi di soldati nord- e sud-coreani che si ritrovano per caso a fronteggiarsi, e poi a fare fronte comune, nel territorio neutrale del fiabesco villaggio di Dongmangkol, un luogo mite e fuori del tempo, in cui le contrapposizioni si sospendono.
Data l’impermeabilità reciproca dei due paesi, di un luogo mediano ha in effetti bisogno l’immaginario cinematografico per rappresentare il possibile incontro tra le due nazioni sorelle: il più grande scrittore coreano vivente, Yi Mun-yol, sceglie un distretto coreano autonomo in Cina per rappresentarvi il sognato incontro col fratellastro nordcoreano (in Auwai mannam, 1994; An Appointment with My Brother, 2002). Ispirandosi al romanzo di Park Sang-yeon DMZ, Park Chan-wook ambienta il suo film in quella zona che è geograficamente e storicamente il punto mediano tra Corea del Nord e Corea del Sud: la Zona Demilitarizzata di Panmunjeom o «Joint Security Area» appunto (DMZ o JSA), collocata a una sessantina di chilometri a nord di Seoul lungo la Linea di Demarcazione fra le due Coree (MDL, Military Demarcation Line): un luogo a cui la popolazione civile coreana, oggi, non ha accesso. E il film intero, in verità, è la storia di una mediazione, quella esercitata tra i soldati del Nord e del Sud dal maggiore Sophie Lang (Lee Yeong-ae), una donna ufficiale di padre coreano cui è affidato il compito di indagare circa un incidente avvenuto nell’area di sicurezza. Mediazione difficile e tragica, come difficile e ‘pesante’ è la guardia portata a quella linea, simbolica e tangibilissima, che dal 1976 è tracciata tra gli edifici azzurri del Military Armistice Commission Building, e che i militari dei due campi avversi sorvegliano sull’attenti, fronteggiandosi in posa marziale a poche decine di centimetri. Su quella linea, fotografata da sbadati turisti americani, si apre e si chiude il film.
E su quella linea trova luogo la riflessione di Park Chan-wook, che ad essa accosta e oppone un altro dei luoghi simbolici della Joint Security Area: come il maggiore è chiamato a portare la luce su un episodio dallo svolgimento oscuro, così alla linea ‘chiaramente’ invalicabile che i soldati sorvegliano di giorno, badando che nemmeno l’ombra del fratello-nemico possa sfiorarla, si oppone l’attraversamento notturno del Ponte del Non-Ritorno da parte di due soldati sud-coreani, la cui inammissibile amicizia con i nemici-fratelli del Nord emerge a poco a poco. L’inchiesta del maggiore finisce per assumere i caratteri di quella tragica di Edipo: voler giungere alla verità – a quella verità che si cela dietro la versione dei fatti concordata dai protagonisti – non fa che sommare altri morti a quelle iniziali: altre ferite non più rimarginabili. La verità è insostenibile: i due protagonisti dell’incidente da cui tutto prende le mosse, il fragile soldato Nam e il determinato sergente Lee Soo-hyeok (Lee Byung-hun), scampati al massacro per la decisione unilaterale di solidarietà assoluta del sergente nordcoreano Oh Kyeong-Pil (Song Kang-ho), non possono, letteralmente, sopportare una lettura dei fatti che trasformi quell’amicizia in un tradimento.
Joint Security Area è così, in realtà, la storia di una rimozione: l’indicibile amicizia tra i soldati dei due campi avversi è tale perché è, prima di tutto, impensabile da loro stessi. I flash-back menzogneri che costellano il film, che il risoluto maggiore tenta implacabilmente di smontare, sono la rappresentazione di quella impensabilità. I coreani si scontrano contro un tabù che risiede, in primo luogo, in se stessi. Nulla si salva, neanche il mediatore: come Edipo cercando la verità scopre la propria tragedia, così il maggiore Sophie, procedendo nell’indagine su quella linea di separazione, scopre la parte nascosta della sua fotografia di famiglia, il volto di quel padre, cui si proibisce anche di pensare, che non ha scelto né il Sud né il Nord, abbandonando a se stessi tutti quanti i suoi fratelli coreani.
La Joint Security Area è il luogo ove le ferite vengono a galla, e possono essere sopportate solo attraverso la loro rappresentazione. Alla fotografia del maggiore Sophie lentamente ricomposta fa eco, così, alla fine, la fotografia della Linea di demarcazione che rivela, pezzo per pezzo, con un meraviglioso virtuosismo grafico, la compresenza sorridente, al di qua e al di là della linea, dei cinque uomini uniti, per un breve tempo di sogno, dalla loro sospirata fratellanza.
Sabrina Stroppa.