The Moon is the Sun's dream
Regista: Park Chan-wook
Sceneggiatore: Park Chan-wook
Colonna sonora: Shin Jae-hong, Park Kwang-hyeon
Fotografia: Park Seung-bae
Cast: Lee Seung-cheol, Na Hyeon-hee, Song Seung-hwan, Bang Eun-hee, Kim Dong-su, Lee Ki-yeol, Han Young-su, Park Jun-young, Lim Yun-kyu
Ha-young e Mu-hoon sono fratellastri. Ha-young diventa un fotografo di successo ma Mu-hoon diventa un gangster a Pusan. Quando Eun-joo, l’amante del boss, viene trovata con Mu-hoon, i due scappano con i soldi dell’organizzazione ma vengono presto acchiappati e se Mu-hoon riesce a scappare con i soldi, a Eun-joo viene fatta una cicatrice sulla guancia per punizione e viene venduta ai quartieri a luci rosse. Mu-hoon, che aveva cercato Eun-joo per un anno, trova una sua foto nello studio di Ha-young che aveva realizzato un servizio fotografico nel quartiere a luci rosse. Dopo uno spaventoso scontro Mu-hoon salva Eun-joo e assieme si nascondono nello studio del fratellastro. Questo riconosce la bellezza e il talento di Eun-joo e le suggerisce di fare la modella. Lei si fa rimuovere chirurgicamente la cicatrice ma nel frattempo la mafia cerca affannosamente i due amanti e scova Mu-hoon che viene ricattato con la morte di Eun-joo. Mu-hoon accetta la proposta di lavoro della malavita e si infiltra in un tribunale per eliminare il bersaglio prescelto. Ma quando realizza che si tratta del suo migliore amico, Man-soo, si rifiuta di portare a termine il lavoro. Mentre scappa viene colpito dalla polizia. Dopo essere riuscito ad uccidere il boss mafioso Mu-hoon muore alla ricerca di Eun-joo. Un anno dopo Ha-young ricorda Mu-hoon e Eun-joo mentre guarda un film in cui lei aveva recitato.
Premessa: ho visto The Moon is the Sun’s Dream una sola volta e più di un anno fa al Korea Film Festival di Firenze, dove la pellicola è stata proiettata in DV con sottotitoli in italiano (il disco è stato ricavato da una copia VHS eroicamente procacciata dagli organizzatori del festival). Dal momento che la mia memoria gareggia in lacunosità con la mia attenzione (ragion per cui di solito mi impongo di guardare i film più volte prima di scriverne), avverto i lettori che l’attendibilità di questa recensione non è esattamente tra le più alte del web.
Gangster movie con palpitanti venature mélo, l’esordio alla regia di Park Chan-wook si contraddistingue innanzitutto per la presenza di un’impetuosa componente metacinematografica che testimonia il desiderio di contaminare il genere con una riflessione sui meccanismi della rappresentazione: le fotografie di Ha-young a Eun-joo sono infatti l’occasione per mostrare la complicità che si stabilisce tra i due e al tempo stesso il pretesto per sbertucciare la patinata volgarità di uno sguardo che riduce il corpo femminile a oggetto di consumo visivo. Difficile non rilevare alcune affinità col bellissimo As Tears Go By di Wong Kar-wai: oltre alle latitudini di genere i due film sono accomunati da clamorose escandescenze narrative (abbondano le ellissi improvvise, le accelerazioni brucianti e le inchiodate melodrammatiche) e da un’analoga spregiudicatezza stilistica (che in Wong però giunge fino a “liquefare” la materia, mentre Park a dire il vero sembra ancora un po’ contratto). E in effetti è proprio la discontinuità a costituire il limite più evidente di The Moon is the Sun’s Dream, che nei momenti peggiori (quelli più parlati, ovviamente) finisce per somigliare a un qualsiasi gangster mélo routinario degli anni ’80 (decennio a cui il film sembra ancora appartenere pienamente, nonostante sia stato girato all’inizio del decennio successivo). In ogni modo è impossibile non provare simpatia (e anche un pizzico di tenerezza) per un film così adorabilmente scombiccherato e inopinatamente elettrizzato da scariche visive ad altissimo voltaggio. Da segnalare lo strepitoso incipit – girato con uno stile sincopato tra Ferrara e Godard, investito da una violenta luce rossastra e percorso dalle note lancinanti di un sax – e il prefinale notturno e sanguigno, con un furibondo corpo a corpo a colpi di coltello sul sedile posteriore di una macchina. Davvero tosto. Dal punto di vista drammaturgico colpisce infine un’innegabile (e già assolutamente matura) abilità nel costruire scene in cui uno dei personaggi riesce a cogliere i sottintesi e le complicità che uniscono i suoi interlocutori in virtù di elementi quasi impercettibili (Mo-Hoon “sgama” il flirt tra Eun-joo e Ha-young grazie alle reazioni leggermente scomposte di quest’ultima: la situazione è tratteggiata con notevole finezza psicologica). Scaltrezza drammaturgica che a ben vedere rappresenta un punto di forza dell’intera filmografia del cineasta coreano, basti pensare a quali effetti stranianti riesce a ottenere in Judgement giocando su meccanismi simili. Ma la cosa che mi obbliga a proteggere e coccolare The Moon is the Sun’s Dream è che l’introvabile pellicola di esordio di Park Chan-wook è stata sconfessata dallo stesso regista insieme alla sua prova successiva (Trio): qualcuno che la difende ci dovrà pur essere, n’est-ce pas?
Alessandro Baratti.