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Oldboy Oldboy

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Oldboy


Oldboy

Regista: Park Chan-wook

Sceneggiatore: Hwang Jo-yoon, Im Joon-hyung, Park Chan-wook, dal manga di Nobuaki Minegishi

Colonna sonora: Jo Yeong-wook

Fotografia: Jeong Jeong-hun

Cast: Choi Min-sik, Yoo Ji-tae, Kang Hye-jeong, Oh Dal-su, Kim Byeong-ok, Yoon Jin-seo, Lee Dae-yeon, Oh Kwang-rok

A tre anni di distanza da Sympathy For Mr. Vengeance e con solo un cortometraggio, un episodio per If You Were Me, tra i due film, Park Chan-wook torna per il secondo capitolo di quella che verrà poi definita la sua ‘trilogia della vendetta’: tre film che in comune hanno solamente il concetto centrale, quello di vengeance appunto, e poco, pochissimo altro. Attori a parte, ovviamente, protagonisti o comparse che continuano a ripresentarsi ciclicamente in ogni pellicola del regista. Tratto dal manga omonimo di Tsuchiya Garon e Minegishi Nobuaki, Old Boy è la definitiva consacrazione di Park fuori dalla patria, con riconoscimenti che arrivano sia a livello di grande pubblico, con una buona distribuzione nelle sale mondiali, sia di critica: approdato nel 2004 a Cannes, Old Boy si aggiudica infatti il Gran Premio della Giuria.
Oh Dae-su, padre di una bimba di 4 anni, si trova inspiegabilmente rinchiuso in una sorta di prigione, dove, senza un motivo plausibile, rimarrà quindici anni. La vendetta inizierà quando viene improvvisamente liberato. Mai come in Old Boy la vendetta è contemporaneamente tanto agognata quanto vacua: è ‘diritto’ di chi è stato relegato per anni in una stanza con la televisione come amica, compagna, maestra ed amante, o è di chi, per punirlo, lo ha chiuso lì dentro? E ancora: finita la vendetta del primo inizia quella dell’altro, o sono semplicemente due strade che si cercano, si rincorrono, si trovano e scoprono di andare verso la stessa, vendicativa, direzione? Chi si vendica è un mostro sadico o semplicemente cerca un modo assurdo di riparare a ciò che ha subito, e a cui cerca di rimediare con una personale legge del taglione? Un solo sentimento sembra essere il filo conduttore, la risposta ad ognuna di queste domande e contemporaneamente la chiave di lettura dell’intera pellicola di Park Chan-wook: negatività. La negatività che traspare dalle parole dei protagonisti e che sembra essere motore involontario di ogni loro azione. Un pessimismo che si rivela fin da subito con una semplice frase che ricorrerà per tutta la durata del film: se ridi il mondo riderà con te, se piangi piangerai da solo. È una negatività che lascia quasi impotenti, costretti a subire, prima, e a reagire, poi; caratteristica, questa, intrinseca al sentimento della vendetta, vissuta semplicemente come reazione ad uno ‘stimolo’ esterno. In Old Boy è tutto ancora più estremo: Oh Dae-su viene imprigionato, reagisce. Anche il suo ‘carceriere’ Lee Woo-jin subì un torto: aspetta, anni, e reagisce. Mi-do si trova catapultata in questo vortice di follia e violenza, senza colpa né motivo. Subisce e non reagisce. La negatività li costringe a pagare qualcosa che non hanno mai fatto, qualcosa che è semplicemente sfuggita loro di mano, qualcosa che non conoscono nemmeno. È da qui che è facile notare come le vite di Oh Dae-su e del suo iniziale aguzzino viaggino perennemente su binari paralleli, quasi a sottolineare il concetto per il quale tra vittima e carnefice non ci sia molta differenza, come ad annunciare che vittima e carnefice si possono cambiare di ruolo in qualsiasi momento. Neanche l’amore, unico spiraglio di luce, può essere vissuto in modo canonico: la dolcezza si trasforma in perversione, sia per Oh Dae-su che per Lee Woon-jin, perversione suggerita sempre da elementi esterni, quasi a voler annullare anche l’unica àncora ad una vita regolare. Annichiliti da cotanta negatività, resi ciechi da una vendetta appena compiuta, non resta altro - che morire e dimenticare.
Il soggetto di Old Boy parte da una premessa tanto semplice quanto scontata, una vendetta, che invece cercherà e troverà strade più irte ed intricate: ogni flashback serve a ricostruire la genesi di una vita passata con l’unico scopo di ottenere una propria giustizia sommaria. Trasformandosi quasi in un film ‘di ricerca’ nel quale ogni tassello svela una verità e avendo nella tirata finale la sua catarsi, Old Boy riesce a fuggire i difetti e le debolezze proprie di un film del genere, riuscendo a rendere morbosamente reale ogni particolare, atto a chiudere un cerchio, una volta tanto, perfetto. La regia, pur non risparmiando scene sanguinolente, evita di mostrare in video violenza troppo esplicita: e tuttavia, a fine visione ci si potrà ritrovare scioccati da scene tanto ardite. Citando una battuta: la gente di spaventa per colpa dell’immaginazione. Non immaginare, sarai più coraggioso di una tigre. Mostrare il prima e il dopo, lasciando fuori campo il mero atto violento, è più efficace di un effetto truculento e gore fine a se stesso. Creare una storia interamente morbosa e malata, nichilista e negativa, lo è ancora di più. La pellicola inizia e finisce dentro una prigione: se la prima è fisicamente palpabile, un esilio coatto per quindici anni, la seconda è più vacua, suggerita e sottolineata però anche dalle parole di Oh Dae-su che, in cerca della vendetta, vive solo in una prigione molto più grande.