Three... Extremes
<Saam gaang yi>
Regista: Park Chan-wook (segmento Cut)
Sceneggiatore: Park Chan-wook (segmento Cut)
Fotografia: Jeong Jeong-hun
Cast: Lee Byung-hun, Kang Hye-jeong, Im Won-hee
Three ... Extremes è un omnibus presentato al Festival di Venezia nel 2004, quasi a sancire l’esplosione della cinematografia asiatica, qui rappresentata dalle sue tre nazioni di punta con tre fra i nomi più interessanti dei rispettivi Paesi: Fruit Chan (Dumplings) per Hong Kong – ma ormai Cina –, Park Chan-wook (Cut) per la Corea, Miike Takashi (Box) per il Giappone. La scelta di una tematica ‘horror’ non impedisce che i tre grandi autori diano una loro personale versione dell’horror, attraverso i tre grandi miti dell’eterna giovinezza, della lotta tra il bene e il male, e del ‘doppio’.
Park Chan-wook offre, in Cut, il suo rovello intorno all’essenza ‘moderna’ del bene e del male inabissandolo in un’ambientazione metacinematografica che lo raddoppia, creando un gioco infinito di rispecchiamenti: fin dai primi minuti appare chiaro che la vita del protagonista, che di mestiere fa il regista, è una copia di quella sul set – o viceversa –: la scenografia del suo film di vampiri riproduce casa sua, la sua telefonata serale alla moglie ripete ciò che la protagonista del film ha appena detto al suo sconosciuto interlocutore; la sua stessa casa, segnata da un abbacinante pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri, è una parodia del lusso che segna tanta parte della cinematografia coreana degli ultimi anni, tesa a dare del Paese un’immagine di ricchezza borghese: ma è un lusso sfrenato, assoluto, che da subito immette la storia in un registro di contrasti assoluti.
Il regista Ryu Ji-ho (Lee Byung-hun), tornato a casa alla fine di una giornata di riprese, trova un Intruso (Lim Won-hee). Tramortito in casa sua, si risveglia sul set del film – scena identica, luoghi diversi –: legato, lui, a una corda elastica, e sua moglie (Kang Hye-jeong) al pianoforte. Il mite e spaventoso Intruso annuncia che taglierà ad uno ad uno, a intervalli di cinque minuti, le dita della Moglie, finché il Regista non sarà riuscito a discolparsi.
Ma di che cosa è incolpato Ryu? La sua colpa è quella di incarnare uno scandalo dei tempi odierni: quello di un mondo che dopo aver tolto tutto ai poveri – possibilità di studio, di carriera, d’amore – toglie loro anche quel carattere di umanità, la gentilezza d’animo, che poteva riscattarli. Il Regista ha la fama, una moglie bellissima, il denaro, la preparazione, un mestiere appagante... e anche la bontà d’animo. Che cosa resta al povero? dove sono finite le Beatitudini evangeliche, il riscatto escatologico che è l’unica consolazione degli oppressi? I ricchi hanno fagocitato pure quello. Al Regista che tenta di ricordare il monito di Cristo: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri in paradiso», l’Intruso sputa in viso la fallacia del ragionamento: uno che ha tutto – intelligenza, amore, occasioni, ricchezza, studi – non ha occasione di peccare. Il gentile Regista andrà anche in Paradiso.
E così il film mette il Ricco buono di fronte al dilemma: uccidere una bambina sconosciuta, apparsa lì in casa come per magia – la magia degli effetti speciali cinematografici – per dimostrare di poter essere un peccatore, e salvare così la Moglie. Rinuncia al paradiso, e salverai chi ami. Ma tutto, nel frattempo, diventa un’accusa al cinema. Cut è un film sul cinema, in dialogo con se stesso. Lee Byung-hun, del resto, è il cinema, in Corea: è il volto del nuovo cinema coreano, ricco e perbene. Cut è un film che fa del cinema la sua materia prima, con quella serie di piani-sequenza e di carrelli laterali e verticali sfacciati, quasi esibiti, quasi il regista del film fosse tutt’uno con il regista che dentro il film – e dentro il suo stesso set – deve sopravvivere. L’Intruso stesso è anche un intruso nel mestiere d’attore, perché sono anni che ricopre ruoli secondari nei film stessi del Regista, senza peraltro che quell’uomo mite e buono possa dargli un volto, possa riconoscerlo come persona. E dal cinema non si esce: quando l’Attore fallito scopre che il regista tenta di discolparsi citando, in realtà, la scena di un suo film, non gli risponde opponendogli la realtà, ma un’altra scena: che in musica, a ironico contraltare del contenuto delle parole, dice che è ora di farla finita con le menzogne: di usare un altro linguaggio.
Ma il gioco dei rispecchiamenti non è interrotto dal linguaggio della violenza, perché dalla casa-set, da un cinema che tutto fagocita, è impossibile uscire; così come è impossibile sottrarsi alla gabbia della bontà in cui annega una persona, e un cinema, che hanno tutto. Non sarà facile, anche per noi occidentali, scrollarci di dosso l’orrore di questa immagine di una società che ha fatto dei Ricchi vampiri, anche attraverso la menzogna del cinema, i nuovi Beati
Sabrina Stroppa.